giovedì 12 aprile 2012

La vergogna del motociclismo nazionale


Oggi, in piena crisi economica, la recessione impone di essere pietosi con un mercato che deve essere rianimato; per questo la mia connaturata bontà d'animo si è sciolta di commozione all'acquisto di una moto da trial usata. Erano mesi che stavo appostato, imboscato nella oscura selva delle fasulle occasioni da Web, in attesa che passasse, ignara, una preda grassottella. Finalmente l'ho vista arrancare davanti ai miei occhi stupiti: un uomo non più giovane, ma nemmeno conciato male come io sono ora, ha deciso di vendere la sua Montesa 315 che aveva usato solo per dire alle montagne che voleva fare occasionali passeggiate da dopo messa, venderla per comprare una ipertrofica Alp 4 da centoquaranta chili in disordine di marcia. Messa la pietà da parte mi sono gettato sulla preda, fingendo di ritenerla fortunata a possedere un sogno di tal fattura, che le avrebbe consentito di esplorare tutti i pronto soccorso degli ospedali montani. Con quattro soldi mi sono portato a casa una moto da trial stupenda e semi nuova che mi guardava supplichevole, ma ancora poco propensa a credere che quel vecchio rudere rinsecchito del mio fisico l'avrebbe liberata dalle costrizioni imposte dalle brevi passeggiatine domenicali col sapore dell'ostia in bocca. Ora mi resta da abbandonare i panni del soccorritore di mercati depressi per vestire quelli dell'incosciente calpestatore di tratturi abbandonati. Ahh... la meraviglia dei ricordi mi assale, finalmente potrò riesumare le quasi morte ma dolci sensazioni del tempo che fu, quando mi facevo prendere per il sedere dagli amici che si spanciavano dalle risate cercando di togliere la mia moto dallo spezzone di un ramo secco, che spuntava da un tronco, a tre metri da terra, sul quale il mio Fantic si era appeso con la ruota anteriore, dopo aver zompato solitario dal trampolino di un salitone, con me sotto che scivolavo a valle, a braccia e gambe allargate, nel tentativo di non rotolare fino al fiume in fondo che mi avrebbe volentieri affogato per cancellare il ricordo del sottoscritto, vergogna del motociclismo nazionale... :D

martedì 10 aprile 2012

Il sogno


Io ero e sono ancora parte di un sogno che nel '68, allo sbocciare dei miei sedici anni,  mi vedeva con le pietre in mano. Questo sogno era chiamato "peace & love". Ho tenuto duro, e l'aver lasciato a terra i sassi mi ha premiato, perché ho conosciuto l'amore che ha qualificato la mia intera esistenza. Ma l'amore ha un'ombra che gli si trascina dietro, è invidia e gelosia che quando sbavano rancore si trasformano in odio. Ecco, l'odio si è andato, col tempo, rinforzando, non gli è importato il guadagno interiore che ci sarebbe stato a lasciare le pietre a terra, e ora stringe d'assedio me e la mia amata amica e compagna e non ci perdona i trentotto anni di felicità sudata che non abbiamo bisogno di raccontare. Eppure noi siamo ancora felici, perché continuiamo a ignorare i consigli che l'odio ci dà.

venerdì 6 aprile 2012

Il fiore e la pace cosmica




Un fiore, nell'inconsapevolezza del suo essere

bello, ringraziava il Cielo della generosità con

la quale gli aveva concesso di essere

accarezzato dai raggi amorevoli di un sole

distratto. — Che magnifica cosa la vita—

pensavano gli smaglianti colori dei suoi petali,

così simili al disegno dei raggi celesti che

facevano nascere persino le orgogliose

ombre. Una di queste, più scura delle altre, gli

si avvicinò tagliente e lo strappò dalla culla di

foglie avvinghiate al terreno. L'ombra,

strappato il fiore alla evanescente sua vita se 

lo infilò tra i capelli, a ornamento di pensieri di

pace e amorevolezza cosmica, ignara di cosa

questa sia in realtà.

giovedì 29 marzo 2012

La dieta estrema


Il magnifico panorama che stava sdraiato davanti al suo sguardo non pareva interessato ai problemi che riguardavano la vita di chi lo osservava pensoso. Se ne stava lì, sempre uguale a se stesso, incurante delle innumerevoli mutazioni che i minuti elementi dai quali era composto subivano incessantemente. Chi si compiaceva della bellezza di quel paesaggio era un uomo sulla sessantina, del quale qualsiasi identikit non avrebbe potuto isolarne i tratti, troppo comuni anche per un criminale, per distinguerlo dagli altri umani disperati come lui. Si sarebbe commosso volentieri, se avesse potuto, a quella vista i cui colori cangianti impedivano che diventasse consueta. Da quando si alzava presto, al mattino ancora umido delle lacrime che la notte aveva versato, trascorreva alla sua finestra preferita la mezz'ora che, prima della malattia, era destinata alla colazione. 
— È un tumore— gli aveva detto il medico, nel tono piatto che assume chi non vuole allarmare i pazienti.
— Un adenoma alla parotide— poi, con la stessa opportuna noncuranza, gli disse che toglierlo era rischioso a causa del nervo facciale le cui tante diramazioni stavano scomode nel mezzo della ghiandola da asportare. Aggiunse che la recisione accidentale di alcuni dei suoi rami avrebbe potuto avere, come conseguenza, un lato della bocca piegato nel sorriso sardonico di chi ha pure l'occhio che le sta sopra sempre spalancato dalla stessa accidentalità.
Immaginarsi in un'espressione del genere, che esprimeva lo stesso sarcasmo col quale lui, fino a quel fatidico momento, aveva sempre giudicato il mondo, non lo aveva rincuorato, e quando il chirurgo gli chiese se si fosse fatto operare da lui i suoi occhi non poterono fare a meno di notare le dita delle sue mani, deformate dall'artrite, impugnare un bisturi tremolante.
— Certo che sì— gli rispose, e non si fece più vedere.
Informarsi sulla propria malattia è necessario se si vuol lottare, necessario e doloroso. Alla fine la chiarezza consuma le ombre del dubbio lasciando scoperta la sola opportunità sensata, in una miriade di altre offerte dalla discutibile intelligenza umana, quella di affidarsi all'intelligenza organica, la stessa che ha concesso alla malattia di progredire, la stessa capace di organizzare la vita e la morte.
Era deciso, avrebbe digiunato a lungo per affamare il tumore. Nel digiuno l'azione diventa un non agire, un lasciar fare all'ordine naturale che interrompe la nostra gioia solo per dirci che stiamo sbagliando. Senza cibo, privato della medicina che mantiene costante il pulsare della vita, l'organismo si nutre di sé, cibandosi di ciò che non è indispensabile alla sopravvivenza, e il tumore è un eccesso utile solo alla morte.
Quante volte aveva desiderato morire, ma era un lusso che ora gli appariva in tutta la sua vanità.
Il digiuno è un affascinante esercizio di potere, il potere che ci è concesso per ostacolare un processo vitale che ha smarrito la strada, e l'ha smarrita perché gli abbiamo dato indicazioni sbagliate. Digiunando si percorre una via in senso inverso, per ritornare all'incrocio dove non si è riflettuto abbastanza. Digiunando si lascia il corpo libero di organizzare una nuova condizione di vita che conceda, all'intelligenza ferita, di poter sbagliare ancora.

martedì 20 marzo 2012

La lotta contro di sé


Troppo comoda prenderla di striscio... occorre buttarsi addosso a se stessi, ma senza impeto né anestesia. La lotta contro di sé non ha, per evidenti ragioni, colpi segreti, e dunque deve essere affrontata con delicatezza auto convincendosi che si è il peggior individuo del pianeta e, di seguito, infierire con le parolacce. Questo è solo il primo stadio del lavorare attorno alla propria infingardìa. Nel secondo round si devono analizzare, ordinandole in scala gerarchica a discendere d'importanza, tutte le abitudini deleterie da sradicare e qui è facile, soprattutto per le donne: via il veleno sulla lingua, basta spettegolare, niente più atteggiamenti vendicativi e associazionistici, addio alle quote rosa (questo non c'entra, ma suona bene alle orecchie maschili)... mentre noi maschi dobbiamo soltanto diminuire la birra e i super alcolici, ma se le nostre femmine sono migliorate almeno di un po'... per noi sarà più facile farlo :D
Il terzo e ultimo passo lo spiegherò solo agli uomini in altro studio approfondito, perché tanto le donne non ci arriveranno mai. :°)))

Come pulci


Come pulci
Come foglie che disegnano il vento
il mio viver racconta il Mistero
che è nascosto nel greve tormento
di esser ciechi alla vista del vero

Come pulci su piastra che scotta
non si ha tempo per esser sinceri
ci s'illude d'esser pronti alla lotta
contro noi stessi così uguali a ieri

sabato 17 marzo 2012

Su molti nuovi autori


Ho letto diverse presentazioni di nuovi libri, pubblicati da piccole case editrici, che non significa siano poco serie. Libri scritti dalla generazione di laureati che deve fare i conti con l'età nella quale il Cristo si è lamentato col Padre eterno di essere stato, da Lui, abbandonato. I trenta anni li ho passati anch'io e so che è un'età problematica. Saturno, dopo ventinove anni e mezzo, passa sul nostro cielo di nascita e generalmente falcia tutto ciò che non ha il diritto di stare a petto in fuori. È questo un periodo disgraziato, portatore di accadimenti che rinnovano la vita col garbo di una mazza da baseball, tempo del primo anticipo da versare alla vita per convincerla a concederci una proroga, volta al guadagno della perfezione dello stato dell'essere che ci vede annaspare. Resta inteso che si sta parlando della perfezione esclusivamente nel suo aspetto armonico... È allora comprensibile che a trenta anni chi scrive cerchi di alleggerire la propria e drammatica condizione esistenziale trattando di argomenti leggerotti, ma a tutto c'è un limite. Gli scritti che ho letto di questa generazione di autori hanno tutti la stessa caratteristica: raccontano della vacuità della vita nel suo aspetto povero quando è priva di valori che indichino riferimenti certi, orientamenti attraverso i quali un intelletto assetato di conoscenza traccia le coordinate che indicheranno la direzione che deve avere un'esistenza sensata. Direzione che misura la sua qualità, spirituale e interiore. Questi libri sembrano raccolte di pensierini sconclusionati, slegati tra loro, miranti a meravigliare gli ingenui con accostamenti letterari che cercano l'originalità innovativa a tutti i costi. Si può dire che la stragrande maggioranza del materiale edito oggi è motivato solamente dalla necessità di avere successo, che subiscono molti giovani scrittori frustrati, allineati ai desideri di un mondo in ripido e rapido declino culturale.