Quando ci si chiedesse se, essendo qualcun altro, ci si potrebbe innamorare della persona che si è, e la risposta fosse legata al provare pietosa comprensione per ciò che si è, ci si dovrebbe soffermare sul fatto che la compassione non è l'amore, ma è la condivisione di una sofferenza.
È singolare che la pigrizia di uno che scrive storie, invece che allungarne pigramente l'azione, lo disponga ad accorciarla. Si potrebbe dire che l'indolenza di chi scrive sia rapidissima nel concedergli di esprimere i propri limiti.
domenica 2 marzo 2014
Scrivere è così facile...
Scrivere è così facile perché tra le parole, e le verità che esse tentano di nascondere intrecciandosi tra loro, la distanza è grande e percorribile solo dal silenzio, o dalla capacità di sacrificare se stessi.
L'ingenuità del credere e del non credere
Il credere, allo stesso modo del non credere e diversamente dal conoscere, implica ingenuità, ma è pur vero che quella ingenuità è necessaria per dar modo alle altre persone di rivelare le proprie reali intenzioni. L'ingenuità diviene pericolosa quando, conosciute le altrui intenzioni, si persiste nel voler ignorare quali saranno le loro conseguenze.
Fortuna e sfortuna
Per me la fortuna è quell'insieme di accidenti che la vita manda per preparare le persone alla comprensione della sfortuna che seguirà.
La sfortuna, al contrario, è data dall'insieme di accidenti che disporranno alla meraviglia quando si saranno rivelati fortunosi.
In realtà fortuna e sfortuna sono entrambe funzionali alla comprensione delle leggi universali, le quali sono perfette anche quando sembrano essere frutto dell'accidentale incontro determinato da cause che rimarranno ignote.
La sfortuna, al contrario, è data dall'insieme di accidenti che disporranno alla meraviglia quando si saranno rivelati fortunosi.
In realtà fortuna e sfortuna sono entrambe funzionali alla comprensione delle leggi universali, le quali sono perfette anche quando sembrano essere frutto dell'accidentale incontro determinato da cause che rimarranno ignote.
Cosa di poco conto
Io mi sento protetto, so di esserlo per le cose che mi hanno sfiorato senza potermi far del male, e sono tante. Nonostante questa consapevolezza riesco a lamentarmi di questa vita, che lascio scivolar via dalle mie mani come fosse cosa di poco conto, come se dovessi vendicarmi di lei. Se dovessimo scambiarci i ruoli io lascerei scivolar via me, perché mi considererei cosa di poco conto, ma per fortuna la vita non sono io.
sabato 1 marzo 2014
Consigli brevi sul come scrivere racconti brevissimi
Il racconto brevissimo si distingue dal racconto breve, e a maggior ragione dal romanzo, per il fatto che chi scrive non deve impegnarsi per ricordare il contenuto della ventesima pagina.
Scrivere storiellette brevissime sembrerebbe facile, invece è facilissimo, perché si è sempre aiutati, male che vada il processo immaginativo, dalla tragica morte improvvisa dei personaggi.
L'autore di taccontini express non soffre del famigerato "blocco dello scrittore", perché per lui sancisce solo la fine del racconto.
Il racconto brevissimo non necessita di alcuna particolare fantasia, questo perché la fantasia, quando è lasciata libera di correre, crea associazioni multiple che trasformano il raccontino in un romanzo palloso. Non c'è neppure la necessità di disporre di una notevole capacità immaginativa, perché quando la si avesse, si smetterebbe di scrivere per darsi ad altre attività, più remunerative tanto quanto illegali.
A sigillo di queste preziose perle pubblicherò un'estemporanea storiella esemplificativa, che non sfigurerebbe nell'Antico Testamento biblico:
Il settimo Arconte, Yaltabaoth, aveva appena sputato sul pezzo d'argilla che sarebbe diventato un essere umano, e in quello sputo simbolico si concentrò l'amaro destino che avrebbe inchiodato il futuro dell'umanità. Nascita e morte si alternarono in cicli sempre più stretti, analoghi a quelli disegnati in cielo dagli avvoltoi, che modulano la propria discesa verso la carcassa putrefatta del loro penoso sopravvivere. Un universo nuovo di zecca orientava le proprie speranze, rifiutandosi di dar loro un senso che fosse significativo, contando solo sulla divina immaginazione che aveva affidato all'inter-divoramento dei suoi componenti le proprie possibilità di riuscire a campare, al modico prezzo della perdita di dignità, concetto di caratura morale che si consolidò molto più tardi, quando gli esseri si accorsero che la predazione indiscriminata dava turbolenze intestinali e, occasionalmente, persino la morte.
Attorno al "caso"...
Un evento, quando ha cause che sono ignorate, è detto essere "casuale", anche quando è evidente che senza una causa nessun accadimento può realizzarsi. Quando si crede al caso, dunque all'assenza di una consequenzialità che leghi ogni effetto alla propria causa, si è costretti a dover ammettere che il proprio credere sia il frutto dell'assenza di una sua propria causa, la quale corrisponderebbe alla propria ragione d'essere, il che significa che la propria intelligenza non ha alcuna ragione per essere. Questo significa anche che essa non è, propriamente, meritevole di essere definita un'intelligenza; è solo in quest'ultimo caso che chi crede al caso non può essere smentito...
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