giovedì 13 giugno 2013

Alla prova dei fatti

È certo che il mistero della morte è a tenuta stagna, non si fa penetrare dalle nostre lacrime e vien da credere che debba avere le sue buone ragioni per non cedere, nell'emozione della pena che tentiamo di suscitare con i nostri discorsi, per dirci, finalmente, cosa ci aspetta nell'aldilà. Poiché la morte è la stessa vita che guarda se stessa allo specchio, si dovrebbe pensare che la morte è la vita capovolta, nell'inversione che caratterizza ogni immagine speculare, così che ci si può immaginare che si morirà in una specie di ribaltamento che vedrà il nostro dipartire come un ritorno al contrario del percorso che ci ha portato in vita. Si è nati dalla centralità spirituale, la quale ha formato l'essenza psichica che si è rivestita di un corpo, e si morirà al contrario, con il corpo che se ne va per primo seguito dalla sfera psichica, costituita da pensiero ed emozioni, e resterà la centralità che è immortale perché a immagine di Dio. Resterà il Centro di noi stessi, quello che origina l'Intelletto universale, immutabile, attorno al quale si raggrumano i desideri e i doveri, l'egoismo e l'altruismo personali. Centro uguale per tutti i diversi. Centro dal quale le intenzioni sacre saranno contaminate da ciò che noi desideriamo essere e divenire. Io una fregatura più grande di questa non riuscirei a immaginarla, e sono certo sia opportuno definirla come "Perfezione dello spirito"... il quale utilizza la materia per tirarci la fregatura del sottoporci alla prova dei fatti. Mah, speriamo bene... ma sono poco convinto, e sarei meno in ansia se fossero sufficienti le parole...

mercoledì 12 giugno 2013

Le "Estreme conseguenze"

Nessuno, tra i ricercatori della base, si era mai chiesto quale fosse il suo nome, e in fondo a chi sarebbe dovuto importare di quel giovane assistente, il cui compito era solo quello di coordinare gli aspetti estetici dei diversi rami di una ricerca che, in centinaia di anni, non aveva partorito neppure un germoglio? Nessuno sapeva che quel ragazzino di neppure venti anni era finito nel Centro Ricerche Erzel, il più importante del pianeta, in seguito alla raccomandazione di un insigne professore di fisica nucleare che aveva riconosciuto in lui un'intelligenza dalle potenzialità mai incontrate prima, nella sua lunga carriera d'insegnante. Per tutti quel ragazzo era soltanto uno tra la moltitudine degli svogliati figli di papà che gironzolavano per il centro ricerche spostando polvere. Ma la polvere che quello studente stava spostando non era della stessa natura di quella inseguita dai robot addetti alla sterilizzazione dei laboratori. Era decisamente più impalpabile e, soprattutto, non era visibile nemmeno per il più sofisticato microscopio elettronico.
La scoperta, evento estremamente raro al quale le intelligenze esperte non sono avvezze, questa volta non era stata accidentale, né era stata conseguita attraverso strumentazioni da laboratorio perché il "pulviscolo creativo", come Idney l'aveva chiamato nel buio della propria cantina, si trovava al di sopra della tabella elementale del cosmo, e costituiva quello che si potrebbe definire lo "zero affermato" a partire dal quale l'Essenza fecondava la sostanza. Nel passato la ricerca si era impegnata a lungo per trovare quella che, molto fantasiosamente, era stata nominata "la particella di Dio", ma era stato un cercare a casaccio, un rovistare tra gli infinitesimali elementi sub atomici individuati sparando protoni, attraverso una cascata di acceleratori proto-sincrotonici che spingevano quei protoni a energie relativistiche, producendo fasci di spaventosa energia che venivano, a loro volta, lanciati attraverso delle linee di transfer che si dispiegavano, cento metri sottoterra, correndo per decine di chilometri a lingua fuori, se ne avessero avuta una. Quando la circolazione dei fasci di energia si era stabilizzata e accordata, i fasci erano fatti entrare in collisione tra loro scomponendo a cascata gli atomi, nella speranza di ottenere l'ipotizzata particella di Dio, anello di congiunzione tra la realtà informale e quella formale. Quel procedere scientifico si era trovato davanti un muro invalicabile, eretto dall'impossibilità a poter proseguire, perché qualsiasi particella, per infima che fosse, sarebbe comunque rientrata all'interno del dominio dell'estensione che è indefinitamente divisibile, ammesso di disporre dei mezzi, anch'essi necessariamente fisici, per scomporla fino ad arrivare ai suoi primi elementi costitutivi che alla materia non appartengono. Si era mostrato, in tutta la sua evidenza, l'obbligo che la fisica ha di arrestarsi un attimo prima di cessare di essere fisica, e ogni procedimento fondato sulla divisione indefinitamente estensibile, di ciò che è sottomesso all'estensione, sarebbe stato fallimentare.
Idney aveva genialmente adottato la via opposta a quella che occupava l'altare più alto, nella imponente quanto impotente chiesa della scienza, che consisteva nel procedere dall'infinitamente sottile "non materia", quella che riveste ogni idea prima che la stessa si corrompa, e che dà poi forma al pensiero in grado di partorire la materia.
Per due anni Idney, quando non muoveva dati di laboratorio al Centro Ricerche, si era precipitato nella sua cantina, arredata con una sola stuoia stesa tra le muffe del pavimento in pietra, a meditare. La convinzione che si dovessero percorrere strade extra scientifiche si era impossessata del suo spirito fino a coinvolgere la mente, che aveva orientato tutte le sue energie all'individuazione dell'imponderabile, indagato a partire dallo spirito che centrava il suo essere un uomo, prima che un possibile ma improbabile scienziato. Era giunto così alla conclusione che il mistero della creazione non potesse appartenere alla creazione, così come ogni causa non appartiene ai suoi propri effetti, e se voleva scoprire quale fosse la causa prima della materia doveva anch'egli restarne al di fuori. Quale modo migliore di farlo poteva esserci se non percorrere a ritroso l'atto creativo?
La prima cosa da fare sarebbe stata quella di sovrapporre il proprio essere cosciente al centro di sé, ma prima ancora doveva capire quale fosse e cosa fosse questo centro ineffabile. Lesse tutti gli scritti appartenenti alla Tradizione iniziatica dei diversi popoli, scoprendo che trattavano tutti la stessa astrusa questione, quella che si riferiva alla centralità comune a tutti gli esseri, identica per tutti, la quale sfuggiva alle costrizioni imposte dall'universo delle relazioni. Era questo un Centro che condivideva l'assolutezza del Mistero senza nome, e il doverlo conoscere pareva essere lo scopo che ogni iniziato ai misteri si dà.
Iniziò così a seguire alcune pratiche yoga, che affinano la capacità di concentrazione della mente, nel tentativo di sfuggire alla propria mente, ma fu come pretendere che un occhio possa riuscire a guardare se stesso senza usare strumenti esterni a sé. L'unico effetto ottenuto fu quello di sentirsi estraniato dal mondo, in una sorta di limbo emotivo, crudele nel suo non essere ancora un inferno. Il paradiso, semmai, sarebbe arrivato dopo.
La scienza gli appariva vacua e gli scienziati sembravano essere individui ciechi, di fronte alla complessità di regole sostenute dalle eccezioni da esse stesse generate. Provò a digiunare a lungo per rendere il suo pensiero più lucido e attivo, ma alla fine dovette cedere alla propria natura che, per quanto fosse stata esile, restava sempre ingombrante, come la materia che lui avrebbe voluto creare dal nulla.
Fu uno strano incontro quello che voltò l'ultima pagina della sua affannosa ricerca di soluzioni possibili: l'incontro con un anziano mendicante, il quale pronunciò una frase criptica dopo che Idney si era rifiutato di allungargli una monetina:— È il sacrificio la chiave che scosta il velo, e se vuoi trovare ciò che cerchi dovrai sacrificare al Mistero tutto quello che sai, bruciandolo in un sorriso. Il Mistero ti riempirà di nuovo, ma con la Verità, non più con tue idee— e lo toccò senza muovere l'aria, tracciando dei segni incomprensibili dietro a uno sguardo che gli si impresse nella memoria, senza che attorno la cornice di un viso potesse essere limitata da una fisionomia.
I giorni successivi a quel singolare incontro furono tumultuosi, e le notti agitate da sogni che parevano dovessero suggerirgli qualcosa di importante. Nella sua mente si accavallavano questioni irrisolte, che chiedevano di essere ordinate attraverso dei princìpi condivisi dal suo spirito, il quale si muoveva col passo incerto di chi si è appena svegliato da un incubo. Avvertiva la necessità di avere dei riferimenti certi, dai quali procedere nel dare forma alle intuizioni che lo assillavano. Princìpi superiori alle leggi fisiche gli si presentavano nella loro ineluttabilità, e mostravano di essere perfettamente logici nel loro essere la causa delle leggi naturali alle quali la scienza, insieme alla logica, si affidava.
Un complesso e arabescato mondo riempiva gli occhi della sua coscienza, trasformandola in consapevolezza. Stava accadendo qualcosa che eccedeva le normali esperienze vissute, qualcosa che le trascendeva.
L'universalità era una necessità che aveva ognuno dei princìpi che l'ispirazione inviava alla sua visione interiore, e il suo sentire emotivo ne era come sopraffatto. La realtà intorno fluttuava nella sua inconsistenza, di fronte alle ragioni d'essere modulate in leggi immutabili che si succedevano, le une alle altre, fino ad acquistare una forma che il pensiero poteva sì considerare, ma senza la forza e l'intelligenza per potervisi opporre. Capiva che ora lui aveva due intelligenze distinte e diverse tra loro, che dovevano accordarsi: la sua individuale, limitata, e quell'altra universale, illimitata, che conosceva la ragione d'essere della realtà, e la conosceva al di sopra della durata temporale, nello stesso eterno istante nel quale lui era in grado, attraverso quella intelligenza, di vedere la realtà denudata dei suoi orpelli.
Trascorse i mesi successivi a chiedersi inutilmente chi potesse essere quell'uomo a partire dal quale, ne era certo, era cominciato il suo nuovo cammino nel mondo, ma finì col tornare a sedere in cantina, cercando dentro di sé per riuscire ad affondare le mani nel ricco e sconosciuto Nulla.

Quel giorno Idney non avrebbe dovuto recarsi al laboratorio, ormai non era più necessario lavorare per vivere, perché la sua vita ora era immobile di fronte alla conoscenza perfetta nella quale si era trasformato. Non poteva più avere idee personali né formulare ipotesi attorno a una realtà vista per ciò che essa è: un perfetto imbroglio, imposto e ordito dalla Libertà per donare la possibilità di poter vincere ogni limite.
Idney stava all'interno della simultaneità senza tempo, anche se il suo essere nel mondo continuava a camminare nella consequenzialità, ombra tra le ombre. Aveva accarezzato a lungo la possibilità di creare dal Nulla, e adesso che poteva farlo non gliene importava più nulla. La Creazione era così perfetta, nel suo superare la somma delle imperfezioni delle quali è composta, che ogni aggiunta sarebbe stata superflua, anche se quel superfluo non avrebbe danneggiato alcunché, finché fosse rimasto la complessa illusione che ogni realtà relativa è, nel confronto con la sua ragione essenziale d'essere.
Quel giorno, lo sapeva nella Certezza assoluta, sarebbe stato il suo ultimo giorno di lavoro al Centro Ricerche.
Seduto nella sua dimora interiore immaginò di essere al laboratorio, e lì comparve dal nulla, senza che alcuno potesse scorgerne l'immagine. Si diresse nell'aula magna dove la Conferenza dei ricercatori era in pieno svolgimento, e si accomodò su una poltrona dell'ultima fila, calmo allo stesso modo del nulla.
Gli scienziati, intanto, dal palco illustravano gli ultimi passi fatti, che avevano superato il vaglio delle ripetute prove di laboratorio, magnificandone le possibili applicazioni. L'umanità, dicevano, può contare su di noi, ed era come dire che poteva fare affidamento sull'intelligenza di persone che avevano, come scopo, l'arricchimento di pochi che promettevano la comodità ai molti, i quali stavano a guardare, stupefatti dalla profondità di tanto ingegno. Idney vedeva l'interno di ognuno di loro, le intenzioni celate sotto alla superficie delle menzogne, e la luce negli occhi generata non dall’Intelligenza universale, ma dal fuoco che brucia tutto ciò che gli sta attorno, e vedeva quegli esseri nella pace più totale, priva di emozioni, nel distacco dato dal conoscere la vanità del male. L'antico Idney si sarebbe alzato da lì e li avrebbe annichiliti, mostrando loro l'effetto del pulviscolo creativo di cui erano il risultato, ma ora non poteva più, né era interessato a farlo, perché la Libertà totale che lui era diventato non poteva contraddirsi, negando la libertà particolare di esseri limitati i quali avevano, nella piccola libertà che li possedeva, tutti i diritti dell'universo di cercare da sé la Verità unica, l’unica che sa governare l'universo attraverso la Libertà.


domenica 9 giugno 2013

Libertà e potere

Non il potere è maledetto, ma lo sono coloro che lo utilizzano a scopi da maledire. In sé il potere è pura possibilità in atto, per questo la vita deve al potere il suo esserci. In questo potere c'è la libertà di intenderne i modi d'uso, e il fatto che la stragrande maggioranza degli individui che raggiungono il potere sia composta da persone ignobili non deve escludere la possibilità che ci sia qualcuno che possa utilizzarlo a fini benefici. L'anarchia indica l'imposizione di una libertà che non è stata guadagnata, e quando la libertà non è frutto di fatica personale non produce effetti migliori di un potere corrotto, perché libertà e potere, in sé, sono mezzi di realizzazione o di morte in dipendenza della qualità dei loro utilizzatori.

giovedì 6 giugno 2013

Et fecit ténebris

Non ne poteva più di star lì, seduto, in attesa che succedesse qualcosa di pericoloso, così decise, nello stesso eterno istante in cui si mosse, di far luce su quella greve immobilità. Oggi, e alla luce dei fatti, non si può ancora affermare che si sia proprio pentito di quel gesto avventato, è però certo che Quello insiste a star lì, seduto sulla riva destra del cosmo, aspettando che il cadavere della Sua creazione gli galleggi davanti, pentito.

mercoledì 5 giugno 2013

Un mondo capovolto


È un mondo capovolto questo, un magnifico imbroglio che stimola la libertà di essere quello che si riesce a essere. Le persone malvagie pensano che si debba essere egoisti per sopravvivere mentre, in realtà, l'egoismo è al servizio del donare. Gli individui tiepidi si convincono di essere dei buoni mentre sono soltanto dei timorosi, e a tutti l'intelligenza pare il modo per organizzare truffe sentimentali che riempiono le tasche di piccole soddisfazioni che si spengono come i fulmini. Tutti hanno bisogno di tutti, ma nessuno vuole cedere di un passo. La vita dà a ognuno in misura di ciò che a ognuno serve per provare a perderlo o a guadagnarne altro, e sono in pochi ad accorgersi del dramma che li sta trascinando alla rovina. Tutti incolpano tutti e ognuno si sente un innocente ferito nel mezzo di una congiura cosmica. In questo difficile vivere alcuni rari individui decidono di lasciare la presa e si aprono all'amore per il prossimo, così dimostrando, al resto degli squali, che offrire se stessi in sacrificio per mantenersi aderenti al vero che si è visto dà un'estrema sofferenza. Eppure è una sofferenza anch'essa capovolta, perché dà accesso alla sfera spirituale nella quale sacralità e sacrificio di sé hanno la medesima radice e lo stesso sapore che ha la consapevolezza quando si è accorta di cosa abbia tramato la verità, per poter essere riconosciuta senza l'oscuramento dato dall'ombra di un dubbio.

lunedì 3 giugno 2013

Realtà virtuale quasi virtuosa

Che ce l'avrebbe fatta era inevitabile, glielo aveva detto un proverbio ricordandogli che dietro a ogni sfortuna è nascosta una fortuna più grande, si tratta solo di scovarla e convincerla a mostrarsi. Una vita d'inferno la sua, vissuta alla ricerca di qualcosa che lo soddisfacesse, ma quando non sai cosa cercare è la realtà che cerca per te, e quella non va per il sottile. Ti mette alla prova perché ti può dare solo quanto ti meriti, e meno vali più lei ti concede, sperando che tu capisca il trucco col quale l'esistenza imbroglia gli uomini. Più hai e più dovrai essere generoso, meno hai e più consapevolezza devi avere per poterti gustare ciò che hai. 
— È un trucco infame, chi mai potrebbe accettarlo?— si disse l'uomo, quasi sicuro di essersela sfangata
— Ma ora che c'è la realtà virtuale posso essere ciò che voglio!—
La sua mente, ormai, si sentiva liberata dal peso dato dal dover dimostrare a se stessa di valere qualcosa. 
Le sue dita correvano veloci sulla tastiera per riempire i vuoti rettangoli che gli chiedevano di descrivere se stesso sul social-network:

LAVORO e ISTRUZIONE
Ingegnere Aeronautico - Responsabile della ricerca alla NASA 
LINGUE PARLATE
Inglese - Francese - Tedesco - Spagnolo - Finlandese - Swaili - Urdu - Inuit (solo parlato)
RELAZIONE
Fino a ieri mi scopavo Nicole Kidman, ma sto facendo un pensierino sopra Penelope Cruiz
CITAZIONE PREFERITA

Quando la Verità è catturata cessa di essere vera e libera.

Nascite diverse



L'uovo si ruppe sotto agli occhi della coscienza di una madre, e un esserino fragile si ritrovò improvvisamente lì, nel bel mezzo di un formicaio, a guardare un mondo sfuocato coi suoi occhi nuovi, ancora umidi dal dolore che ogni nascita infligge. Ombre si rincorrevano indistinte riempiendo il nuovo spazio attorno, veloci nel loro scrutare la nuova presenza, e il nuovo nato le osservava curioso, mentre il calore accumulato all'interno dell'uovo si stava lentamente dissipando. Qualcuno lo avrebbe aiutato, ne era certo, era l'intuito del cuore a dirglielo perché il cervello, ancora immaturo, non poteva aiutare la mente a svegliarsi. Il delicato alito di uno spiffero tiepido cullò il suo sperare comunicandogli, con una zaffata, il tepore di quella enorme culla che è l'universo nel quale ogni cosa ha bisogno di ogni altra cosa per sopravvivere. Aveva intuito in fretta di essere nato nel mondo dove l'amore è legge universale, glielo dicevano le ombre che gli correvano attorno, col loro bisbiglìo di meraviglia, e l'aria che gli entrava nelle narici gli raccontava dell'amore cosmico che asciugava le lacrime di una realtà che c'è per conoscersi. Improvvisamente un dolore minuscolo e acuto lo trafisse, lasciando una scia di bruciore dietro di sé. Era un dolore diverso da quello vissuto prima di vivere, e non voleva andarsene. Ne arrivò un altro e un altro ancora, come se quel pungere non fosse stato soddisfatto dal primo urlo provocato e lanciato contro al cielo, e poi altri lo colpirono e il dolore prese l'aspetto di un nugolo velenoso, silenzioso e famelico. Il formicaio all'interno del cassonetto mai avrebbe sperato di avere un feto umano tutto per sé, ma nessuna formica alzò le antenne al cielo per ringraziare del dono ricevuto.