martedì 13 maggio 2014

Estremi che si sfiorano

La piccola spiaggia di sassi si era ormai abituata alla silenziosa presenza di quell’uomo anziano il quale, col sole o con le nuvole, tutti i giorni dell’anno si accomodava sotto il salice piangente, facendosi sfiorare dalle sue fronde mentre queste ondeggiavano, cullate dalla brezza, come se stessero per tuffarsi in acqua. Le onde, rese dense dal gelo invernale, accendevano i colori sbiaditi dei sassi, accarezzando le radici di quell’albero solitario, nel loro armonico pulsare in sintonia con i battiti del cuore del lago.
La solitudine, in quell’ansa del mondo avrebbe regnato indisturbata, se il Mistero silenzioso non avesse deciso altrimenti.
In un freddo mattino la spiaggia vuota si animò di vita, per l’arrivo di un gruppo di anatre che si fermarono a chiedere delle briciole, in cambio della loro bellezza.
Un bambino da lontano le vide, e le avvicinò di corsa, sbocconcellando loro del pane che teneva tra le mani.
Con la coda dell’occhio il bambino sbirciò il vecchio e il salice, e gli parvero elementi di un quadro vivente che attendeva l’allegria di un fanciullo, così si aggiunse a quella incantata presenza, senza che la tristezza potesse opporvisi.
Sarebbe stato facile immaginare quale, tra i colori di quel quadro, si sarebbe opposto alla depressione emanata dall’immagine.
La qualità del silenzio è conosciuta solo dalle ragioni che le parole hanno per tacere, ma il bambino non aveva ragioni da aggiungere al silenzio e salutò l’uomo, i cui occhi cercavano di mettere a fuoco, nascosti dietro le sottili fessure delle palpebre, i motivi che avevano allontanato un tenero affetto.

— Ciao— disse sottovoce il bimbo, senza disturbare l’uomo con lo sguardo

— Ciao— rispose questi, in risposta al calore della spontaneità

— Cosa stai guardando?— continuò il piccolo, questa volta fissando i ricami delle rughe che si erano animate nel rispondergli

— Cerco di ricordare il volto di mio figlio, che non vedo da tempo—

— È partito per andare lontano?—

— No— rispose il vecchio
— Non ci parliamo più—

Il silenzio tentò di tornare, ma fu anticipato dalla curiosità del bambino
— Non vuole perché sei stato cattivo con lui, o è lui a essere cattivo con te?—

— Come ti chiami?— chiese dolcemente l’uomo

— Posso chiamarti curiosino?— riprese, sorridendogli

— Il mio nome è Benedetto, ma tutti mi chiamano Bibi, dicendo che per essere benedetto dovrei smettere di imprigionare gli insetti che non vogliono giocare con me—

Il vecchio parve ricordare cose che non avrebbero dovuto essere importanti, ma che si erano imposte alla sua attenzione

— Sì— rispose
— Abbiamo tutti provato a costringere la libertà altrui
— Ma togliere la libertà anche a un solo insetto ferisce il tuo cuore, che batte perché è la libertà di non arrestarsi ad accompagnare il suo ritmo—
Il bimbo parve riflettere per un lungo istante

— Perché il mio cuore è libero di battere, ma non di fermarsi?— gli chiese infine

— Perché da lui dipende il rossore delle tue guance, che si allargano ad accogliere il sorriso quando riconosci la verità, e il cuore vive di quei sorrisi—

A quella risposta il bambino gioì, e i suoi occhi s’illuminarono prima ancora di chiedersi cosa fosse la verità.


lunedì 12 maggio 2014

Sulla guerra

La guerra, qualsiasi sia il piano sul quale è attuata, personale e interiore oppure collettivo, ha per scopo la pace, perché la pace, senza la minaccia della guerra, avrebbe un altro nome. Come tutto anche la guerra ha due volti, uno di conquista e l'altro di liberazione. A ognuno la libertà di scegliere da che parte stare, ma lo stare contro qualsiasi guerra è solo un modo per scegliere di non scegliere, e di subire soltanto.

venerdì 9 maggio 2014

La sfera della realtà

In generale si può dire che la giovane età abbia il vantaggio, rispetto a quella avanzata, di avere un minor grado di responsabilità, ma col trascorrere del tempo essa sarà gravata, o sollevata, dal maturare delle conseguenze che il suo aver agito avrà determinato. È logico siano le conseguenze negative e rendere difficile il vivere di ognuno, a causa dei debiti contratti dall'aver vissuto in disarmonia con le leggi che modulano lo svolgersi della realtà, ma a ognuno andranno anche i vantaggi dei crediti conseguenti agli errori altrui fatti nei propri confronti. Ognuno paga e riscuote per le scelte fatte, o che ha spinto gli altri a dover fare, e non c'è solo l'appesantimento del vivere dato dallo scorrere del tempo ma, insieme a quello, c'è anche la soddisfazione di vedere che le ingiustizie commesse da altri sono state, come è accaduto per le proprie, scoperte. Più tardi la verità viene a galla e maggiore sarà la pena provata da chi non ha avuto il coraggio di confessarla quando avrebbe potuto. Le verità che non verranno alla superficie saranno comunque sempre esposte alla luce della nostra coscienza, e la sofferenza per la loro presenza persisterà senza poter essere attenuata.

Non ci si può sottrarre alla verità, perché più la si sarà seppellita in profondità, e maggiori saranno le possibilità che essa riemerga dall'altro lato della sfera della realtà.

Logica rigorosa sull'impossibilità che una menzogna possa essere perfetta

Ogni bugia si deve reggere su altre bugie e, alla fine, si arriva al dover considerare la bugia prima la quale, essendo una menzogna, deve necessariamente essere preceduta dalla Verità che si vorrebbe cancellare.

Buone ragioni meno buone di altre...


Le buone ragioni per uccidersi è vero che non mancano mai, e sono le stesse che dobbiamo ringraziare quando grazie a esse siamo riusciti a migliorare il nostro essere al mondo per una ragione più grande dello stesso mondo.

giovedì 8 maggio 2014

Una cosa così piccola...

Una cosa così piccola non avrebbe dovuto avere la necessità di pensare. Va bene che il pensiero non è poi nient'altro che il mezzo che esprime il frutto dell'intuizione, e poiché l'intuire è realtà della quale il pensiero può solo raccogliere macerie, senza sapere quale sia stata la costruzione che, crollando, le ha prodotte, sarebbe anche lecito dire che il pensiero avrebbe conseguito risultati migliori se si fosse affannato con due aghi attorno alle smagliature di una vecchia calzetta.
Sta di fatto che sta cosa piccolissima pensava e, ovviamente, intuiva pure. Certo, il suo intuire non è che si potesse definire proprio un intuire di qualità superiore, era piuttosto un annusare, con lo spirito, cose sconosciute da gettare in pasto a processi mentali che prontamente le decodificavano, operando con uno stile da riconvertitore di rifiuti. La diossina, innalzata al cielo da questo processo, a questa piccola cosa pareva poesia pura, che incidentalmente sbordava, a volte, nell'elucubrazione trascendente.
Pur essendo così piccola questa cosa era costretta, come tutto il resto dell'esistente, a celebrare, con la sua presenza che aveva l'aria di non essere necessaria, la Possibilità universale, la quale si esibiva in una creatività così esagerata da avere, come unico limite, l'impossibilità. La Possibilità non mancava poi di sottolineare, rivestendola di incongruenze ridicole, ogni contraddizione alle sue stesse leggi, dando alla contraddizione il senso dell’insensatezza che è giusto che abbia.
Insomma, in questa piccola cosa ci stava tutto un universo, analogo a quello mastodontico che riempiva una grandezza indefinita, perché si esprimeva attraverso gli stessi suoi princìpi. Sarebbe forse più preciso dire che era il mastodonte a seguire le leggi che regolavano le piccolissime cose di cui era composto, ma non staremo qui a confonderci più del necessario.
Un bel giorno, a immagine di un accidente cosmico imprevisto, questa piccola cosa ebbe un contraccolpo strano, e il suo minuscolo apparato visivo mise a fuoco la correlazione che legava il suo esserci alle ragioni dell'esserci di tutte le cose. Fu un bruttissimo colpo per lei che, fino ad allora, era stata fermamente convinta di potersi fare i cavoli propri, di nascosto da tutto e da tutti. In fondo era l'unico vantaggio che le pareva di poter godere a essere così piccola. Lo scoprire, di colpo, che tutte le sue intenzioni, i suoi pensieri e gli atti scorrevano sullo schermo in technicolor del Creatore, che stava lì a riderci sopra masticando pop corn, la rese timida e circospetta ancor più del necessario, e le inflisse il sospetto che tutto l'universo costituisse una trappola, al cui centro lei ci stava non solo a disagio, ma anche incazzata nera.
Tutto quel che le era, fino ad allora, apparso come il risultato caotico di un rigurgito da cattiva digestione ora aveva acquistato un senso unico, preciso e ineluttabile, almeno per lei, e in conseguenza di quel senso ai suoi occhi si era resa evidente la direzione vorticosa che spingeva tutte le cose verso un destino unico e incontentabile.
Non era certo il pensiero di diventare una qualche sorta di cibo che la spaventava, lei sapeva bene di essere disgustosa e troppo piccola per sfamare altri esseri, ai quali lei aveva la missione di procurare una febbre terribile, che li prostrava in abbondanti sudori, venefici e disintossicanti.
Lei, piccola e spaventata cosa, si era sempre immaginata che quelle gocce di sudore fossero elementi casuali, simili agli imprevedibili spruzzi d'orgasmo che avevano le onde dell'oceano, e che avevano come unico significato quello di mostrare l'inconcludente e vanesia opera di un universo stupido.
Ora, a causa di un infido colpo di luce che si era ricordato di lei, questa piccola cosa era precipitata nella certezza che anche la più minuta goccia di quel ribollire costituiva un accidente che non poteva dirsi casuale, e non poteva proprio perché era parte ed effetto delle leggi che regolavano il liquido inebriante che intesseva l'esistenza di ogni realtà, la propria compresa, e capì che il suo sudare, il suo piangere e il suo sanguinare veleno erano parte di un progetto libero il quale, attraverso la libertà di spruzzare in tutte le direzioni, seguiva un solo ed essenziale senso, sempre lasciando a tutti la libertà di intuirlo, seguirlo o lasciarlo dietro di sé.
Tutte quelle goccine, minuscole quasi quanto era lei, erano libere di scontrarsi, sommandosi o dividendosi, innalzandosi o abbassandosi, entrando o uscendo, di associarsi o di combattersi, e la guerra o la pace che da questa danza prendevano forma, oppure morivano, erano arabeschi della medesima intenzione trascendente che intesseva, con pazienza al di sopra del tempo, la propria aspettativa di armonia universale.
Questa cosa piccola si sentì ancora più piccola, spettatrice e attrice di una commedia nella quale ogni elemento che la componeva scriveva da sé la propria particina, e lo faceva attorno a una sceneggiatura che era stata sì imposta, ma era così vasta da non negare la libertà di correggere, o di togliere, i suoi funerei paramenti.
Era un magnifico spettacolo quello che ora si apriva all'appuntito sguardo della piccola cosa che, incantata, si era scordata di recitare il suo copione naturale: produrre febbre la quale, innalzando la temperatura corporea dell'essere che la ospitava, avrebbe aizzato le difese organiche di quel corpo contro l'esercito dei batteri nemici che l'avevano infestato.
La conseguenza fu devastante, e quel grande essere morì entrando di nuovo, ma in un altro stato, nel ribollente pentolone cosmico da dove il suo destino avrebbe voluto che lui ne fosse uscito in un più dignitoso e consapevole modo.
Chi avrebbe potuto immaginare che, in tutto quello sbattere rimescolato di spruzzi che velavano il proprio senso, si nascondesse la ricetta di una inaspettata, possibile, e infinita libertà?
La piccola cosa si accorse di dover morire insieme all’essere che l’aveva ospitata, e si dispiacque che, per una sua mancanza, sarebbero morte anche le altre piccolissime cose che in lei dimoravano.
Il suo ultimo sguardo uscì dalla nuova consapevolezza sicuro di avere ancora altre particine da recitare, nell’immane spettacolo che il vortice cosmico le avrebbe imposto, per riparare all’errore di non avere adempiuto ai termini del contratto silenzioso che la sua vita aveva stipulato con la morte la quale, insoddisfatta del risultato, le avrebbe teso un’altra, movimentata, trappola.


Il velo nero

Sapeva, per averlo sperimentato più volte, che si poteva vivere senza porsi troppe domande. 
Forse non sarebbe stato un vivere entusiasmante, ma lui non cercava emozioni, e non gl'importava nemmeno di capire il mondo. 
Gli bastava sfuggirgli.
In quanti si erano chiesti attorno alla vita, senza risolvere altro che l'essersi domandati cose che la vita non voleva rivelare?
Lui non aveva tempo da perdere in queste sciocchezze, aveva un lavoro importante da portare a termine.
Non ci fosse stato quel velo nero, oscuro e tetro, che opprimeva il suo spirito, sarebbe stato felice di vivere.
Un velo che avvolgeva altri che, come lui, facevano solo il proprio dovere.
— Il rispetto della legge— diceva sempre a chi gli chiedeva della sofferenza del mondo.
— Conta solo il rispetto della legge—
Eppure sapeva che non sempre la legge è voluta dal Cielo.
Il velo nero dal Cielo veniva, ormai non aveva più dubbi, perché se la legge degli uomini può essere elusa…
Il velo non si riesce a squarciarlo.
Ti copre senza proteggerti, ti soffoca l'anima, ti costringe a mentirti e a piangere di nascosto.
Il velo nero è impietoso, come l'abbraccio di un demone.
Pur non domandando mai ognuno sa che il velo non c'era, quando gli occhi si accecarono di luce per essersi aperti la prima volta sul mondo.
Era lì, piegato con ordine, al nostro fianco, pronto per essere svolto alla prima bugia.
Quale volontà ce l'ha consegnato, quale crudeltà ci dà la possibilità di scegliere il velo in un mondo dove la scelta è obbligata?
Chi decide di mentire, decide di coprirsi con quel velo nero.

Tutto l'esistere ne è imprigionato appena si muove di un solo passo, mentre la felicità resta lì, ferma e impietrita, a salutare.

L'uomo cacciò da sé questi angoscianti pensieri, ormai ricorrenti ogni volta che si apprestava a compiere il proprio dovere, e tirò verso di sé la leva dell'alta tensione elettrica.

La vita di uno sconosciuto vibrò per l'ultima volta, contorcendosi in convulsioni simili a quelle che fanno tremare ogni istante di una vita bugiarda, e si spense nel tanfo di carne bruciata.

L'uomo riaprì il circuito, spostando ancora in alto la leva, e si soffermò sul lavoro fatto.

Un velo nero, esattamente come il suo, era stato trasformato in un sudario dalla scarica elettrica della sedia sulla quale era stato steso, un velo nero simile a quello che l'avrebbe accompagnato alla casa dove lo aspettavano i suoi figli.

— Ciao papà, cosa ci hai portato di bello oggi?— 


Sapeva che gli sarebbero corsi incontro abbracciandogli le ginocchia, e l'avrebbero fatto senza poter maledire il loro velo nero, prima ancora di conoscere le sue conseguenze.